Luglio 16, 2019 05:51:43

sitemap

 

Generale Stefan Gusa » Interviste / media » Interviste » Interviul acordat de Generalul Ştefan GUŞĂ

Intervista rilasciata dal generale Stefan Gusa

 

Bucarest, 1993

Generale Stefan Gusa: “- Si tentò di risolvere con aiuto estero la difficile situazione venutasi a creare a dicembre 1989, soprattutto l’annientamento dei terroristi. Sabato 16.12.1989, alle ore 21.30, ero arrivato a casa. Fui chiamato dall’ufficiale di servizio del Grande Stato Maggiore per ordine del ministro della Difesa Nazionale. Il ministro ci informò che a Timisoara si erano verificati subbugli in occasione del trasferimento di un prete, Laslo Tokes. Chiesi se fosse necessario prendere provvedimenti su piano militare.  Mi ordinò di aspettare ulteriori ordini. Il mattino del 17.12.1989 venni informato che per ordine del ministro un gruppo operativo del Grande Stato Maggiore, condotto dal colonnello Ionescu, era andato a Timisoara con un aereo militare. Verso mezzogiorno, i generali Ilie Ceausescu, Victor Stanculescu, Dafinescu ed Eftimescu vennero convocati nel gabinetto del ministro per esserne informati. Da quel momento in poi ebbero inizio gli eventi che non riesco a capire. Credo che dietro indicazione di Ceausescu, e con la sua approvazione, furono costituite formazioni di militari che dovevano percorrere cantando diverse strade di Timisoara. Mi fu riferito che i militari andati in città senza armi, con le bandiere di lotta e cantando furono aggrediti da persone sconosciute. Furono colpiti con pietre, catene, bottiglie e si tentò perfino di strappare loro le bandiere.

Nota: la perdita della bandiera di lotta ha come conseguenza lo scioglimento della rispettiva unità militare. Il generale Milea dette l’ordine di fare in modo di conservare la bandiera di lotta, e che i militari rientrassero nelle caserme. Chi poteva essere interessato a impossessarsi con la forza di una bandiera di lotta o a distruggerla?? L’aggressione contro i militari ci allarmò fortemente. Se qualcuno avesse avuto qualcosa contro Laslo Tokes sarebbe andato a casa di questi, ma non avrebbe aggredito l’esercito. Mi sembrò strano. Chi aveva compiuto l’aggressione? I giovani? Com’era possibile? Attaccare i loro fratelli che erano  casualmente sotto le armi? Più tardi, quando i rispettivi individui devastarono circa 300 negozi del centro di Timisoara, capii. Le persone oneste devastavano forse la propria città? Se avevano qualcosa contro il partito o contro Ceausescu, avrebbero dovuto agire presso la sede del Consiglio regionale del partito, contro le istituzioni dove funzionavano questi organi e non contro i militari o contro le loro unità. Ciò che dovevo capire avevo capito. Se avevano qualcosa contro il partito e contro Ceausescu, perché attaccavano l’esercito? Più tardi mi resi conto che si tentava di trascinare l’esercito in un sanguinoso conflitto che avrebbe potuto “giustificare” l’intervento di forze straniere, venute a “risolvere la situazione”. Ricordate il numero di 60.000 morti veicolato da Radio Europa Libera, da Brucan e da altre persone? Io ero lì e sapevo che non era così. Avevo sentito che c’erano vittime. In ciò consisteva la diversione. E un’altra cosa molto importante. Non mischiamo gli eventi! Alcuni si sono verificati entro il 22, altri dopo. I numeri lanciati miravano chiaramente a coinvolgere l’esercito in qualcosa che non aveva commesso: un genocidio. Quanti morti e quanti feriti vi erano stati fino al 22 dicembre? Quanti dopo? Soffrivamo per una grande mancanza di informazioni. Come militare temevo però anche un’altra cosa: a causa dei disordini, si poteva entrare in Romania abbastanza facilmente. Farò forse arrabbiare qualcuno ma lo dico: temevo un’invasione. L’esercito era bloccato mediante la diversione e distolto dalla sua missione di base: la difesa della patria. L’ufficiale di Stato Maggiore dentro di me pensava proprio a questo: che cosa sarebbe successo se l’invasione avesse avuto  luogo? Mi tormentava anche un’altra cosa: era forse necessario che in quella complessa situazione  il capo del Grande Stato Maggiore venisse inviato presso una grande unità? Esistevano anche il comandante dell’esercito, quello della divisione, e un gruppo proveniente dal ministero. Il ministro della Difesa Nazionale aveva perso il collaboratore che era il suo braccio destro. La direzione dell’esercito era stata sparpagliata, spezzata. Era davvero necessario? Si sapeva che il rullo compressore si era messo in moto. Si sapeva ciò che era successo in Polonia, Germania, Cecoslovacchia… Era il nostro turno. Anche in Romania sarebbe successo qualcosa. Il problema era quando e come. Ve lo dico con piena responsabilità: il nostro destino era stato deciso a Malta. Allo stesso modo in cui alcune decine di anni fa era stato sfortunatamente deciso a Jalta. I piani erano inauditi ma ce ne furono più varianti. Il merito per averli sventati  non è né mio, né di Vlad. Il merito è della folla di persone semplici che compresero ciò che era necessario fare. Giacché noi potevamo essere divisi, oppure  occupati o jugoslavizzati. Nel pomeriggio del 18.12.1989 ricevemmo un telegramma dal nostro addetto militare a Belgrado – il colonnello Manea Dumitru – mediante cui venivamo informati dell’imminenza di una aggressione esterna. La maggioranza degli ungheresi della Romania dividono con noi povertà e guai. Non si interessano affatto  di politica. Non mi aspettavo necessariamente una aggressione da parte dell’Ungheria, ma proveniente dall’Ungheria. Non bisogna dimenticare i 60.000 militari sovietici presenti in territorio ungherese. Non bisogna dimenticare che negli ultimi due anni anteriori agli eventi di dicembre massicci ridislocamenti di truppe erano avvenuti presso i nostri vicini. Tutti da ovest verso est. Non dimentichiamo che alcune unità di aviazione esistenti in Ungheria erano state spostate verso i nostri confini. Un militare deve tenerne conto.
Quella sera (18.12.1989) ebbe luogo l’increscioso incidente verificatosi presso la Cattedrale. Alcuni giovani morirono in quella zona. E fu sempre lì che vennero utilizzate granate chimiche di tipo GIST.” (granate chimiche da addestramento).

Reporter: “ - Signor generale, ho una videocassetta del reporter americano Ted Koppel. Uno dei più grandi reporter della AT & T. Essa attesta che non furono le pallottole sparate dalla mitragliatrice verso l’alto a scopo di intimidazione a far cadere i giovani dal TAB. Nessuno cadde di fronte alla Cattedrale. Le persone corsero verso il parco ubicato lateralmente. Fu lì che caddero, colpiti da qualcuno che aveva bisogno di vittime … di 60.000 vittime.”

Reporter: “ - Qualcos’altro di speciale avvenne il 18 dicembre?”

Generale Stefan Gusa“- Fu allora che capii che una guerra psicologica e radioelettronica veniva perpetrata contro la Romania. Quanto intensamente? Con quali risultati? Solo più tardi capii.”

Reporter: “ – Vorrei una argomentazione chiara, signor generale!”

Generale Stefan Gusa: “ – D’accordo. I civili ignorano una cosa: alcuni tipi di missili da noi utilizzati non lasciano la rampa di lancio se non vi sono bersagli da colpire. Non si può sparare nel vuoto. Chi possiede però una attrezzatura tecnica così sofisticata, ubicata inclusivamente su satellite mediante cui poter simulare così perfettamente un bersaglio da determinare il lancio dei missili? La guerra psicologica fu molto più complessa. Iniziò con dicerie riguardo all’aggressione alle famiglie dei militari. Continuò con l’attacco contro alcune unità militari. Iniziarono poi le telefonate diversive. Si preannunciavano catastrofi di ogni genere. Ad esempio, che l’impresa “Solventul” sarebbe saltata per aria. Le notizie diversive erano sostenute da azioni sul terreno. Venivano incendiate e distrutte piccole porzioni di territorio.

avanti »