Luglio 16, 2019 05:44:33

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Intervista rilasciata dal generale Stefan Gusa al colonnello Valeriu Pricina in data del 20 marzo 1990

Generale Stefan Gusa: Ero tuttavia il Capo del Grande Stato Maggiore, avevo una grande responsabilità, me ne rendo conto, e le dico che esistevano anche dei rischi formidabili, dobbiamo essere realisti. Ci poteva capitare qualsiasi cosa là, a Timisoara. Non voglio soffermarmi troppo su questa questione. Io non capisco, Bucarest non venne informata correttamente?! Noi riferimmo ciò che era successo; era normale che l’esercito passasse dalla parte del popolo. I rischi erano grandi  tenuto conto che il giorno 20, come venni a sapere più tardi, il dittatore tornava dall’Iran e avrebbe potuto prendere qualsiasi provvedimento contro Timisoara. In quanto militari, ci assumemmo una grande responsabilità; perfino i comandanti delle sottounità furono molto saggi e si resero conto di alcuni rischi.  Non potevano, però, fare diversamente. Vi fu, però, quel rischio, mi creda.

Reporter: - Quindi alcuni incidenti che comunque avvennero, se avvennero, e che sono ora oggetto di indagine da parte delle autorità competenti, furono provocati da persone che si assunsero altre  responsabilità, a livello del tutto individuale.

Generale Stefan Gusa: - Se così fosse, sarebbe un peccato. Se così fosse sarebbe un peccato ed è probabile che esse non abbiano saputo controllarsi, infine, anche gli stati d’animo furono abbastanza … (n.n.: registrazione inudibile); vi furono momenti di grande tensione ed è possibile che alcuni abbiano perso il controllo, è possibile. Peccato. Gli incidenti in questione furono però del tutto isolati, la maggioranza o la stragrande maggioranza dei membri dell’esercito non ne fu responsabile, si trattò probabilmente di casi isolati. È comunque un peccato che episodi del genere siano esistiti. Vorrei dirle che il giorno 20, di pomeriggio, si tenne quel grande meeting di fronte alla sede del Comitato Regionale, che si sentiva anche all’interno del comandamento della divisione. Le arringhe continuarono anche il 21, nella Piazza dell’Opera, e così via. Ci venne davvero chiesto di elaborare un piano per inviare un commando a catturare gli oratori.

Reporter: - All’Opera?

Generale Stefan Gusa: - Non voglio parlarne adesso, lo farò forse in un’altra trasmissione. Comunque quando ricevetti l’ordine di organizzare il commando insieme al Ministero dell’Interno, convocai gli ufficiali che erano venuti con me  - abbastanza numerosi – e dissi loro: “ – Non verrà mai eseguito quest’ordine.”; essi sono vivi e possono renderne testimonianza. “- Elaborate il piano!”, ma noi non avevamo alcun piano, erano loro ad avere tutti i piani dell’edificio, conoscevano l’obiettivo – lo si chiamava obiettivo - , e avevano lì un capo dell’obiettivo. “- Lasciateli lavorare!”. L’ordine ci pervenne la sera del 21. Non riuscirono a venire perché non poterono penetrare nell’edificio, anche se non so chi lo proibì loro, infine la mattina del 22 arrivarono. Li mandai in una camera, andai da loro e dissi: “ – Lavorate, mettetevi d’accordo!”, però i miei uomini sapevano che ciò non andava fatto. Rimandammo, in realtà, questa faccenda fino a mezzogiorno. È questa la realtà e quegli ufficiali sono vivi. Quelli che vennero da parte del Ministero degli Interni e di quello della Difesa Nazionale, e che non conoscevo,  erano tutti dei  civili. Il 22 comunque la gente continuava a manifestare pacificamente a Timisoara. Cominciammo a ricevere informazioni da Bucarest perché ne ero interessato. Voglio riferirle – e penso che la gente glielo confermerà – che, nel frattempo, parlai anche  con unità di Lugoj e di Caransebes, a cui ripetei molto chiaramente l’ordine di non inviare alcun soldato, di non sparare nemmeno verso l’alto, perché esisteva un grosso pericolo, ce ne eravamo ormai resi conto.  Anche lì avrebbero potuto essere attuate le stesse iniziative volte a coinvolgere l’esercito. Anche lì avrebbero potuto aver luogo … Le avvisai quindi di non fare quelle cose. Mi interessavo inoltre a quanto succedeva nel Paese perché in quei giorni, al ministero, i collegamenti erano molto (n.n: registrazione inudibile), non trovavo il ministro in ufficio, era sempre via, trovavo qualche ufficiale che non conosceva a fondo la situazione, cioè ne ignorava alcuni aspetti, insomma, tutta la faccenda era confusa. Capii che anche a Bucarest (n.n: registrazione inudibile). Ho dimenticato di dirle quale slogan mi si sia impresso nella mente a Timisoara. Quando andai via da ELBA, un giovane – mi sembra tuttora di vederlo - gridava: “Oggi in Timisoara, domani in tutto il Paese!”, slogan che scandirono in seguito anche tutti gli altri. Sapevo, lo sospettavo, e allora me ne resi conto che ciò sarebbe successo. Perché si trattava della forza del popolo, degli studenti, degli allievi e degli operai, ormai non si trattava più di chissà quali personaggi, né di persone dall’esterno. Gli eventi si svolsero là molto rapidamente. Deve sapere che non abbandonai il comandamento della divisione  perché io lì ci andai per ordine del ministro, e me ne sarei potuto andare soltanto se fosse stato sempre lui a ordinarmelo. Il momento in cui venne comunicato -  in realtà, venne commessa un’infamia - che Milea era un traditore, fu straordinariamente difficile per me e per tutti noi, fu come un fulmine per i militari presenti in sala; ci rendemmo conto che quello era un atto disdicevole e io dissi loro: “ - Signori, compagni – così si diceva allora -, ragazzi, devo arrivare quanto prima a Bucarest per dire all’intero popolo e all’esercito che era stata commessa un’infamia, che Milea non era quel tipo di persona, io lo conoscevo, era stato un militare irreprensibile, una persona competente, in nessun caso una spia. Non lo so, non sto giudicando i suoi meriti ma in nessun caso …”. Furono tutti d’accordo con me. Vidi poi in televisione che l’ex dittatore era scappato, percepii l’euforia che aveva cominciato a manifestarsi non solo a Timisoara ma nell’intero Paese, credo, e contattai il comandante dell’Aviazione Militare il quale mi disse che vi era un aereo sulla pista con cui sarei potuto venire a Bucarest. Telefonai al ministero per chiedere il suo nome, non vi trovai nessuno, però alla fine qualcuno mi disse che avrei fatto bene a venire a Bucarest. Dovevo andarci perché il ministro non c’era più. Da due giorni le cose erano ormai abbastanza chiare a Timisoara. Non me ne andai perché mi venne ordinato di farlo, e glielo dico molto onestamente, a partire dal 20 non mi allontanai più dalla sede, lo feci soltanto il 22. Per altre ragioni, non voglio specificare quali e forse lei se lo immagina perché.

Reporter: - Chiariremo tutto più in là.

Generale Stefan Gusa: - Forse lo faremo e credo che tutto verrà chiarito, la verità verrà comunque a galla. A Bucarest chiesi all’equipaggio che cosa stesse   succedendo. Dissi: “ – Che ci informino!”. Prima che atterrassimo mi venne riferito che moltissimi ufficiali si erano presentati in televisione – alcuni in servizio attivo, altri in riserva  - , che si faceva appello a tutti, me incluso, di venire a parlare, e che se l’esercito, i militari, si fossero rivelati colpevoli, sarebbero stati puniti, avrebbero sopportato le conseguenze. Certo, si trattava dei momenti iniziali in cui si voleva evitare una carneficina, ecc. Non ne capii molto, ma capii comunque che c’era qualcosa che non andava. Forse per quello anche le prime frasi che cercai di dire in televisione si riferirono soprattutto al generale Milea e, in secondo luogo, al fatto che non era quello il momento per giudicare il mio operato, che non era nemmeno il caso di farlo per quanto riguardava Timisoara, che si sarebbe visto in seguito come avevo agito, c’era abbastanza tempo per questo, e che l’esercito doveva rientrare nelle caserme.

 

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