Luglio 16, 2019 05:50:17

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Intervista rilasciata dal generale Stefan Gusa al colonnello Valeriu Pricina in data del 20 marzo 1990

Generale Stefan Gusa: - Voglio dirle ancora una volta (n.n.:registrazione inudibile).

Reporter: - Cioè non avrebbe potuto ordire un simile scenario, con ciò sono d’accordo anch’io.

Generale Stefan Gusa: - Non nego che vi siano stati alcuni incidenti architettati. Dato che vi furono delle provocazioni, non da parte dei dimostranti né da parte di persone oneste o della maggioranza di queste. Vi furono individui che provocarono l’esercito al fine di attirarlo in questa carneficina. Vorrei precisare una cosa di cui ritengo che tutte le persone in buonafede, oppure tutti coloro che fecero il servizio di leva possano rendersene benissimo conto, e cioè che cosa sarebbe successo se un’arma automatica,  con una cadenza di 600 colpi al minuto, un’unica arma automatica, non mi riferisco a tutto l’armamento che tirarono fuori, avrebbe sparato sulla folla anche solo per mezzo minuto.

Reporter: - Su una folla compatta. Decine di migliaia di persone …

Generale Stefan Gusa: - Certamente, su un gruppo di persone, sapendo che una sola pallottola sarebbe passata attraverso 3 – 4 persone, ma infine! Che cosa sarebbe successo, in realtà, se si fosse impiegata un’unica arma automatica? Vi sarebbe stata una carneficina, con un numero impressionante di morti.

Reporter: - Una vera carneficina, che, però, non si verificò, giacché il numero delle vittime fu limitato.

Generale Stefan Gusa: - Cioè il grande dolore, l’amarezza per noi fu di essere stati completamente disinformati all’inizio e, al contempo, direi che non sia giusto non apprezzare anche  la saggezza, potrei dire, di cui dettero prova questi soldati, così com’erano, con il loro grado di istruzione, nelle situazioni inedite in cui furono messi. Vi è poi il fatto che i loro comandanti siano stati persone con grande padronanza di sé, che non fu possibile attirare e che non si lasciarono attirare in questa carneficina la quale, a mio avviso, fu praticamente diretta, e che non persero il controllo. Sfortunatamente, vi furono forse anche alcuni che sbagliarono, è possibile, sì, però non venne dato l’ordine di sparare sulla folla.
Vorrei precisare molto chiaramente che vi furono moltissime persone che lavorarono con me a Timisoara, esse sono tuttora vive e possono confermarlo, esistono documenti in tal senso. Né io né alcuno dei miei subordinati demmo mai  l’ordine di sparare sulla folla. Vorrei dirvi che vi fu comunque anche una guerra psicologica, questo è certo, e anche una radioelettronica, questione questa che bisognerà comunque chiarire un giorno.

Reporter: - Delucidare, sì.

Generale Stefan Gusa: - Delucidare un giorno perché è molto importante farlo. Quindi, in quelle particolari circostanze dissi ai soldati di non lasciarsi disarmare, che la loro era una missione legale, qualsiasi cosa si dicesse, la loro era una missione legale. Tenuto innanzitutto conto del fatto che il giorno 17 fu dato l’allarme di lotta -  in base alla legislazione vigente, sappiamo cosa significhi questo per un soldato e, in genere, per l’esercito – secondo cui bisognava respingere qualsiasi attacco contro le unità militari e soprattutto contro i depositi di armi e munizioni. Può immaginare quanta cura avessi per evitare tutto ciò; nel momento in cui qualcuno fosse riuscito a impossessarsi di armi e munizioni che cosa sarebbe potuto succedere?

Reporter: - Una disgrazia.

Generale Stefan Gusa: - Una grande disgrazia , una carneficina, allora sì che avrebbe avuto luogo una carneficina. Sfortunatamente, però, vi furono quegli incidenti isolati, spiacevoli e infelici, architettati per provocare l’esercito, per attirarlo in una situazione inedita, straordinaria, terribilmente difficile e grave. Cominciammo comunque a capire che le cose non stavano così giacché la gente diceva che non si trattava di quelli che (n.n.: registrazione inudibile), bensì della grande maggioranza delle persone che chiedevano “Abbasso Ceausescu!”, “Libertà!”, la gente chiedeva proprio questo, “Libertà!” e “Abbasso Ceausescu!”. Conosce bene gli slogan scanditi all’epoca. Rafforzai la mia convinzione al riguardo fin dalla notte del 18, e soprattutto il giorno 19, quando il Comitato Regionale decise di mandare diversi attivisti nelle imprese, affinché dialogassero con la gente facendo appello alla calma. A un dato momento, ricevetti una telefonata in cui mi veniva detto di andare a “ELBA” e di farlo uscire da lì…

Reporter: -Torniamo quindi al momento ELBA.

Generale Stefan Gusa: - Si, torniamo al momento ELBA…dovevamo far uscire da lì l’ex primo segretario Balan. Salii rapidamente su una macchina. La prima disponibile fu una Dacia dell’ex o dell’attuale capo del Reparto di ricognizione. Portai con me il mio aiutante, nessun altro. È un peccato che ora, al processo, si dica che fossi andato là con dei carri armati.  Cosa vuole, l’immaginazione di alcuni è abbastanza ricca.

Reporter: - Ricca oppure ampiamente guidata.

Generale Stefan Gusa: - Oppure ampiamente guidata, certo. Andai con una Dacia fin davanti alla fabbrica. Non mi si permise effettivamente di entrare. : “Verrà linciato. Là ci sono migliaia di persone, verrà fatto a pezzi!”. “- Non fa nulla. Mi faranno pure a pezzi, ma io devo entrare!”. Voglio dirle che fra gli obiettivi vi erano i ponti sul fiume Bega, moltissimi, fra cui il ponte Michelangelo, ma comunque non conosco proprio il nome di alcuni di essi. 

Reporter: Ho cambiato la cassetta. Riprendiamo il discorso.

Generale Stefan Gusa: - La gente era agitata e a ragione. Vi erano donne, giovani, operai. Penetrai in mezzo a essi. Rammento che vi erano una sedia e due diffusori che praticamente non si vedevano a causa della folla. Molto onestamente ci gridarono: “Assassini, avete ammazzato i nostri figli!”, “Ci avete ammazzato!”, e altri slogan di questo genere.

Reporter: - La gente teneva conto di ciò che era successo senza sapere esattamente di cosa si trattasse.

Generale Stefan Gusa: - Di ciò che era successo senza sapere esattamente di cosa si trattasse. Cecai di traquillizzarli e credo che quelli fra di loro che sono sopravvissuti se ne ricorderanno. Riuscii a parlare con loro, con interruzioni, certo, e dissi loro che non era stato l’esercito a sparare, che di esso facevano, in realtà, parte, i loro figli, i loro fratelli, perfino diversi operai originari di lì, e che l'esercito  non aveva quindi alcun interesse a sparare sulla folla. Mi appellai a loro chiedendo che non venissero più distrutti i negozi e la gente gridò, e a ragione, me ne rendo conto adesso: “Non noi, non siamo stati noi!”. ed era vero, non erano stati loro a commettere gi atti descritti prima. Vi erano donne che mi mostravano alcuni bossoli vuoti.

Reporter: - Bossoli di cartucce?

Generale Stefan Gusa: - Sì, di cartucce. Mi resi conto che la gente era molto arrabbiata e che era stata, a sua volta, attirata in una situazione del tutto (n.n.: registrazione inudibile).

Reporter: - Una situazione pericolosa.

Generale Stefan Gusa: - Certamente sì. Dissi loro che non era stato l’esercito a sparare e che avremmo ritirato le truppe.

Reporter: - Ciò succedeva quindi in data del 18?
 
Generale Stefan Gusa: - In data del 19, a ELBA.

Reporter: - Il 19.


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